Il mercato del lavoro danese è tra i più fluidi e dinamici al mondo. E’ basato sul modello della flexsecurity, cioè un misto di flessibilità nelle assunzioni e nei licenziamenti (con procedimenti assai più snelli di quelli italiani) e una serie di potenti ammortizzatori sociali. I datori di lavoro sono tenuti ad assumere dipendenti perlopiù entro i limiti di contratti collettivi che tutelano le parti, e ad accordarsi con i sindacati (estremamente popolari in Danimarca), ma possono proporre una vasta gamma di incentivi e utilizzare la leva di salari molto elevati per attrarre manodopera altamente specializzata.
Le aziende sono organizzate secondo strutture orizzontali e informali, grande attenzione è dedicata al dialogo tra le parti, e tra manager e impiegati. Ai dipendenti sono normalmente offerti salari molto competitivi, condizioni favorevoli per quanto riguarda strutture tecniche, aggiornamento professionale e flessibilità negli orari. Naturalmente non mancano le eccezioni.
Una ben nota e pervasiva regola sociale non detta – chiamata ‘legge di Jante’ (Janteloven – https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Jante) fa sì che spesso nel mondo lavorativo danese sia malvista e apertamente osteggiata il desiderio di realizzazione professionale, la volontà di emergere e il desiderio di successo. Questo orientamento sociale – dal punto di vista di un lavoratore proveniente dal competitivo universo professionale italiano – può causare dei comportamenti inaspettati da parte dei colleghi sul posto di lavoro, e sfociare in forme di conflittualità.
Sia nel settore pubblico che in quello privato, la maggior parte dei lavoratori ha una settimana lavorativa di 37 ore, con pausa pranzo inclusa di 30 minuti (normalmente retribuita).
Tutti i lavoratori salariati hanno diritto a 5 settimane di ferie l’anno retribuite e ad un supplemento economico corrispondente all’1% del loro salario annuale. Gli altri lavoratori percepiscono un’indennità per ferie uguale al 12,5% del loro stipendio annuale.
Inoltre, la maggior parte dei lavoratori danesi ha diritto a 5 giorni liberi aggiuntivi, che portano dunque a 6 le settimane di vacanza durante l’anno. Non ci sono regole generali sugli orari di lavoro, ma esiste una legge che obbliga i lavoratori ad un riposo di almeno 11 ore consecutive ogni 24 ore.
Il welfare danese è perlopiù finanziato dal fisco, grazie a un’aliquota media di tassazione molto elevata, tra il 35% e il 45%. I versamenti previdenziali sono però piuttosto bassi, intorno al 10%-15% dello stipendio, di cui 1/3 versato dal lavoratore e 2/3 versati dal datore di lavoro. Il regime pensionistico è liberamente scelto e si basa normalmente su accordi collettivi e fondi aziendali di comparto.
Alle lavoratrici in gravidanza è assicurato un congedo di maternità volontario durante le 4 settimane precedenti la nascita; vi sono poi 2 settimane di congedo obbligatorio dopo il parto e altre 12 settimane retribuite a discrezione della madre. Il padre ha diritto a 2 settimane di congedo immediatamente dopo la nascita del figlio/a. Inoltre, 15 settimane dopo la nascita, i genitori hanno diritto a una licenza complessiva pari ad altre 32 settimane, da dividere ad libitum.
A sostegno dei disoccupati esistono dei fondi assicurativi di settore, la cui sottoscrizione da parte del lavoratore è volontaria (ma molto diffusa). Per ottenere il sussidio di disoccupazione si deve essere iscritti a un fondo di settore (coordinato da A-Kasse) e aver versato il contributo di iscrizione per un periodo pari ad almeno i 12 mesi precedenti, e aver accumulato almeno 52 settimane lavorative nei 3 anni precedenti. Per percepire il sussudio di disoccupazione, dopo il licenziamento il lavoratore deve registrarsi in uno dei centri locali di collocamento (informazioni su www.jobnet.dk) e compilare una dichiarazione che verrà poi sottoscritta dall’istituto che gestisce il suo fondo previdenziale.
A-Kasse eroga un ammontare massimo pari al 90% dell’ultima busta paga, in ogni caso mai oltre il limite di 4.075 corone a settimana (circa 540€). Un disoccupato ha diritto fino a 2 anni di sussidi nell’arco di 3 anni, fino a un massimo di 65 anni di età. E’ inoltre obbligato a seguire dei corsi di formazione professionale disposti dal Comune di residenza, a presentare un determinato numero di domande d’impiego.
Esiste anche una forma di assistenza sociale prevista per i lavoratori che non soddisfano i requisiti necessari a ricevere il sussidio di disoccupazione da A-Kasse.
Soprattutto attraverso la tassazione dei lavoratori, il contributo dei datori di lavoro a questo costo sociale è invece molto basso, circa l’1% del salario del lavoratore in questione.
L’età pensionabile può variare dai 60 ai 67 anni a seconda dell’anno di nascita e dei contributi eventualmente versati a un fondo previdenziale individuale privato. La pensione statale viene integralmente corrisposta solo a coloro che risiedono in Danimarca da almeno 40 anni. Per i cittadini comunitari vige il principio secondo il quale i contributi pensionistici vanno versati in un unico Paese. Questo significa che, in alcuni casi, il lavoratore non sarà soggetto al sistema previdenziale del Paese in cui si trova a lavorare, ma a quello dello Stato dove ha residenza.
Il cittadino straniero che lavora e risiede in Danimarca è sottoposto al pagamento di tasse che possono variare da un Comune all’altro. Sul sito del Ministry of Taxation (www.skm.dk) è possibile accedere a documentazioni e informazioni in materia di tassazione. I redditi da lavoro effettuato in Danimarca sono assoggettati a un’aliquota di imposta statale (Arbejdsmarkedsbidrag) pari all’8% applicabile a tutte le fasce di reddito ed ad una o più aliquote comunali variabili a seconda della fascia di reddito e del Comune di residenza. Le aliquote comunali medie vanno dallo 0% (no tax area) per redditi fino a 42.800 corone danesi (circa € 5.749) fino a un massimo del 56% per redditi superiori a 406.300 corone, secondo un calcolo dell’imposta fortemente caratterizzato dalla progressività fiscale.
L’obbligo fiscale per i cittadini italiani è regolato dall’Accordo bilaterale italo-danese Contro la Doppia Imposizione Fiscale, in vigore dal 2003.
Nel caso in cui la permanenza in Danimarca si protragga oltre i 6 mesi e qui si stabilisca la propria residenza, il lavoratore sarà interamente soggetto al sistema fiscale danese e dovrà quindi pagare in questo Paese le relative tasse ed imposte, anche quelle sui redditi prodotti all’estero (responsabilità fiscale piena). Se, viceversa, il lavoro prestato in Danimarca non prevede lo stabilimento duraturo nel territorio danese (ad es. lavori stagionali, lavori implicanti spostamenti temporanei oltre confine, ecc.), il cittadino straniero è soggetto al prelievo fiscale relativo esclusivamente alla porzione di reddito qui prodotta (responsabilità fiscale limitata).
Per alcune particolari categorie di lavoratori e per i ricercatori scientifici stranieri, tuttavia, è applicabile uno speciale regime fiscale, più favorevole, dalla durata massima di 3 anni.
Il tasso di disoccupazione è al 4,6%, tra i più bassi di tutto il continente. Circa 130mila persone in tutto il Paese sono in cerca di lavoro.
Il mercato del lavoro ha subito una perdita di circa 50mila unità a causa dell’epidemia durante la primavera del 2020, si è parzialmente ripreso in estate ma non ha ancora pienamente recuperato il livello d’impiego precedente l’epidemia.
Il tasso di disoccupazione giovanile (16-24 anni) rimane molto basso (1,8%), e sostanzialmente invariato rispetto al 2019.
I cittadini italiani, in quanto appartenenti all’Unione Europea, non necessitano di alcun permesso per poter lavorare o cercare lavoro in Danimarca (fatte salve le necessarie iscrizioni agli ordini professionali locali, per es. per i medici). Qualunque permanenza superiore ai 6 mesi prevede comunque l’obbligo di iscrizione al Registro Nazionale dei residenti e l’ottenimento del Codice identificativo personale, il CPR, necessario anche per continuare a lavorare o cercare lavoro in terra danese.